Tomás Saraceno in collaboration. Verwobene Welten | Ancestral Futures Ausstellungsansicht | Exhibition view Haus der Kunst München, 2026 Photo: Agostino Osio © Haus der Kunst München, 2026
“Venezia è una città, non un museo!”. Mentre prosegue con immutata intensità la battaglia che i residenti della Serenissima combattono contro la musealizzazione della loro città, cinquecento chilometri più a nord, un museo sta provando a trasformarsi in una “città”. E’ l’Haus der Kunst di Monaco di Baviera.
Se Venezia, infatti, sta completando la sua trasformazione in una città da visitare ancor prima che da vivere, l’HdK di Monaco sotto la direzione di Andrea Lissoni si presenta sempre più come un luogo da vivere e non solo da visitare. Da questo punto di vista, la mostra “ Tomas Saraceno – Ancestral Futures“, aperta fino al 7 febbraio 2027, segna un passaggio fondamentale di questa trasformazione. Lo si potrebbe persino considerare un traguardo. Lissoni guida l’Hdk dall’aprile 2020 e, nonostante la pandemia, i risultati sono sorprendenti. Come precisato nel comunicato stampa di presentazione della mostra di Saraceno: “Il team dell’Haus der Kunst ha iniziato a riconoscersi sempre più attraverso le connessioni piuttosto che i confini, confidando che anche i visitatori giungessero a conoscere l’istituzione attraverso esperienze accumulabili nel tempo in grado di rimanere attive a lungo dopo la fine della visita. Se una collezione d’arte tradizionale conserva oggetti, il programma della Haus der Kunst cerca di costruire qualcosa di più intangibile: una collezione di esperienze e ricordi, portati dai visitatori mentre si muovono attraverso mostre, concerti, performance, suoni, conversazioni, spazi e ritorni”.
Esperienze che, per una volta, non sono rimaste nei propositi di curatrici e curatori, ma si possono vivere e osservare durante ogni visita. I bambini che corrono a togliersi le scarpe per giocare sul materasso realizzato con le coperte delle comunità di Red Atacama (Argentina), gli adulti che pedalano per gonfiare il “Museo Aero Solar” la “scultura” realizzata da persone di tutto il mondo con sacchetti di plastica riciclati e le persone di ogni età che si intrufolano tra le “ragnatele” di Arachnophilia per suonarle, sono solo alcuni degli “spazi condivisi” che concretizzano l’idea di un museo che si è trasformato in un qualcosa di completamente diverso. Quel che troppo spesso era rimasto nelle intenzioni, all’Hdk di Monaco si è potuto realizzare grazie alle straordinarie installazioni di Saraceno. Suonare, disegnare, saltare, pedalare o giocare aiutano a comporre un senso di stupore che traspare soprattutto negli sguardi dei più giovani, ancor più che nell’esposizione “For Children” a loro dedicata nel 2025.
Uno straordinario risultato raggiunto grazie a un programma pluriennale che ha saputo imparare dai propri errori e, soprattutto, dal particolare contesto della “casa della arti” di Monaco di Baviera.

Ausstellungsansicht | Exhibition view Haus der Kunst München, 2026
Foto | Photo: Agostino Osio © Haus der Kunst München, 2026
Il passato
Un contesto “particolare” che viene sottolineato e rivendicato. Emblematico risulta il riferimento all’Olympiapark di Frei Otto realizzato nel 1972 esplicitato in sede di presentazione della mostra di Saraceno: “Concepito in deliberata opposizione alla monumentale espressione architettonica del potere nazionalsocialista, il progetto di Otto proponeva l’apertura come principio sociale. Le sue tettoie trasparenti si estendono leggere sul paesaggio senza definire confini rigidi o formare interni chiusi. L’architettura e il parco fanno parte dello stesso ambiente continuo. L’intero sito funziona come un terreno interconnesso progettato per il libero movimento e l’incontro. Ispirandosi alle reti di cavi, alle pellicole di sapone e alle ragnatele. Otto immaginò un altro rapporto tra architettura e società: rifiutare il monumento a favore del paesaggio, privilegiando la circolazione rispetto al controllo”.
Una citazione che non si limita, quindi a “riunire” i fili delle ragnatele realizzate al parco olimpico cittadino con quelle di Saraceno, ma rivendica il totale ribaltamento di un’istituzione come l’Haus der Kunst, ospitata in un edificio simbolo dell’architettura nazionalsocialista. Fu infatti lo stesso Hitler a posare la prima pietra il 15 ottobre 1933.
Un edificio pesante dal punto di vista materiale e simbolico che per sua stessa “natura” è una continua sfida per i curatori. Un limite che non solo può, ma deve essere superato e che ha finito per stimolare il team di Lissoni tanto da rendere il progetto Haus der Kunst uno dei più interessanti e affascinanti d’Europa.
Il direttore artistico dell’Hdk sembra aver perfettamente compreso come l’identità delle città contemporanee sia figlia delle pulsioni della popolazione, dalle relazioni degli abitanti ed evidenzia come i futuri non vengano immaginati dal nulla, ma da un contesto ben preciso: “Emergono dalla conoscenza ereditata, dalle connessioni esistenti e dalla nostra capacità di riconoscere forme di coesistenza che spesso sono rimaste trascurate. Tomás Saraceno torna costantemente alla stessa domanda: cosa succede quando spostiamo la nostra attenzione dalle singole entità alle relazioni che le sostengono?”
Succede che nuove relazioni vengono attivate in contesti che consideravamo estranei e riceviamo stimoli fondamentali da luoghi e persone che fino a un momento prima ci intimorivano.
Il futuro
Quanto scritto fino a qui, riguarda il presente e il passato di un’istituzione culturale che vinte alcune sfide, si troverà ad affrontarne altre ancor più complesse. Una sfida che non sembra minimamente spaventare il team di Lissoni: “Alla Haus der Kunst, tutto è programma, una rete vivente di mostre, performance, concerti e incontri che si amplificano a vicenda e plasmano un’esperienza condivisa di arte ed ecologia. In questo senso, risuona con l’impegno collettivo che perseguiamo costantemente alla Haus der Kunst: immaginare l’organizzazione come una struttura aperta, connessa al suo pubblico e a forme di conoscenza che si estendono oltre le sue mura. Qui, i futuri si formano perché vengono creati insieme”.
Un insieme che, quindi, non riguarda solo chi vive all’interno dell’Haus der Kunst ma anche, e soprattutto, da chi arriva da fuori. Come nelle città, come nelle migliori città, come a Monaco di Baviera.

Haus der Kunst München, 2026 (c) Foto Venti3
Chiarito questo, un’ installazione di Saraceno sembra fornire uno spunto interessante per il proseguimento del progetto dell’HdK: la sala buia in cui è ospitata l’opera “Towards the Sanctuary of Water”.
Al di là delle intenzioni e del collegamento con il progetto “The Sanctuary of Water”, in quella sala buia con spazi delimitati, il visitatore torna a essere unicamente uno spettatore esterno, osservatore e fotografo di un’opera spettacolare quanto “oscura”. Un’installazione che si differenzia come il giorno dalla notte dal resto dell’esposizione.
Ecco, per completare il programma, l’HdK potrebbe tentare il difficile confronto con la notte, perché è in quelle ore che le relazioni, soprattutto quelle urbane, si “radicalizzano”, si fanno problematiche, tendono a essere più esclusive che inclusive.