LQ-FF-BIENNALE02©TiberioSorvillo

Fort biennale 02©TiberioSorvillo

Bolzano. Resterà aperta fino all’8 novembre 2026 la seconda edizione della “Fort biennale” ospitata nell’imponente struttura militare che sorge nei pressi di Fortezza in Alto Adige. Intitolata “Reclaiming Collective” e curata da Hannes Egger, Andrea Lerda e Veronica Vascotto, la mostra si sviluppa in quattro tappe (Think, Play, Dance e Act) suddivise in tre spazi in un contesto, una “cornice” che è croce e delizia della biennale. Perché la fortezza asburgica che ospita l’esposizione trasuda l’inesorabile usura del tempo mentre le sue imponenti mura si sgretolano lentamente, ma inesorabilmente, evidenziando l’incapacità di adattamento della sua pesante struttura al mondo che la circonda. Assediata da ferrovie e strade che la attraversano in lungo e in largo e da una realtà liquida che non sa che farsene della sua maestosa solidità.
In sintesi, una rappresentazione perfetta della contemporaneità e delle difficoltà di un intero vecchio mondo ad adattarsi ai cambiamenti che lui stesso ha generato.

La mostra
Le prime sale di “Think” sono in perfetta sintonia con il contesto. A partire dall’opera, dai disegni, dalle vignette di Dan Perjovschi che invitano “a un esercizio di consapevolezza rispetto alle principali criticità del presente” in maniera diretta, esplicita e ironica. Pensieri che dialogano e si confrontano con il forte con la stessa maestria mostrata dall’artista rumeno nel piazzale della stazione di Kassel in occasione dell’ultima edizione di Documenta. Perjovschi interroga, provoca, sfotte, introducendo al meglio ogni esposizione di arte contemporanea, non solo questa ospitata in Valle Isarco e invitando il visitatore a tenere alta la soglia critica.

Un dettaglio dell’opera di Dan Perjovschi, Reclaiming Collective – Fort Biennale 02, 2026, courtesy of the artist. Foto Venti3


Spiccano per sintonia con l’atmosfera del luogo che le circonda e per il contrasto con lo sguardo di Perjovschi le bianche figure umane di Rosmarie Lukasser: relitti umani che evocano Pompei, reperti di un mondo incenerito che ha sorpreso un’umanità distratta, nelle proprie faccende affaccendata.
Un inizio folgorante che si attenua mano a mano che si prosegue all’interno della fortezza, in corridoi in cui il contesto prende lentamente il sopravvento sulle opere esposte, facendo perdere il visitatore in un labirinto di segnali e contrasti che si attenua solo nelle successive tappe di “Reclaiming Collective”: “Play”, “Dance” e “Act”. In queste sale, il percorso si fa più lineare e meno straniante per chi lo percorre, soprattutto se si resiste alle distrazioni causate da luci, ombre e suggestioni dell’edificio che lo ospita.

Rosmarie Lukasser, Annäherungen an „…bin im Netz, 2010-2026,
Fort Biennale 02, 2026, courtesy of the artist. Foto Venti3


Una “cornice” che non ti abbandona mai e che, come si diceva, è “croce e delizia” della mostra, lo sottolinea anche uno dei curatori, Hannes Egger: “Il forte ha una sua potente identità, una sua energia propria con cui occorre dialogare e trovare un equilibrio. Non è semplice, l’illuminazione degli spazi e il “clima” interno complicano l’allestimento, ma lo sapevamo dall’inizio e ci abbiamo fatto i conti. Non vanno, però, dimenticati alcuni vantaggi pratici: la struttura ha molte stanze di varie dimensioni e diversi spazi adatti alle installazioni”.
In definitiva, la mostra, anche grazie al suo percorso labirintico, è ricca di suggestioni e stimoli e merita una visita approfondita, lasciandosi invadere dell’atmosfera del luogo e dai suoi contrasti.
Si consiglia, invece, di evitare la fuorviante lettura dei testi a parete, non solo per il linguaggio utilizzato.
“Reclaiming Collective” viene presentata dai curatori con un chiaro “assunto di partenza”: “Un’evoluzione del nostro mondo non solo è possibile, ma è già in atto. Riconoscersi come parte di un’unica comunità globale — fondata su relazioni pacifiche tra essere umani e su una coesistenza simbiotica con tutto ciò che umano non è — si configura come condizione essenziale per la sopravvivenza”.
Un indirizzo preciso che i testi a parete della sezione “Think” “smontano”, smentiscono e forse persino ribaltano: “Come osservano filosofi e sociologi, – si legge – l’individualismo crescente va di pari passo con il disgregarsi della comunità in tutte le sue forme, dalla famiglia al vicinato fino alla nazione. (…) In una prospettiva politica alternativa, la comunità acquista significato quando i cittadini non sono visti come individui isolati e sradicati, ma come persone in cerca di senso di appartenenza, connessione e solidarietà. Ri-costruire e rivendicare l’appartenenza a una comunità significa agire contro-corrente, attraverso piccoli e ordinari atti rivoluzionari di partecipazione civica e cura delle istituzioni democratiche, dando nuovi significati al concetto di cittadinanza”.
Rivendicare l’appartenenza a una comunità significa andare contro corrente? Le elezioni politiche degli ultimi venti anni sembrano smentire l’assunto con una certa evidenza.
Sia chiaro, la difesa delle comunità famigliari e nazionali contro l’individualismo è certamente legittima, ma decisamente in voga e in netta contraddizione con quanto sostenuto in sede di presentazione della mostra. Non doveva esistere “un’unica comunità globale”?
Sorge un dubbio, trattasi di una contraddizione figlia della frequentazione con un’imponente fortezza militare dell’Ottocento o di quella con un territorio che tradizionalmente preferisce le rivendicazioni identitarie alle libertà individuali?

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