Go 2025 (Mostra fotografica nel sottopasso della stazione ferroviaria di Nova Gorica)
L’articolo che segue è stato pubblicato in lingua tedesca su Kulturelemente#184 (settembre 2025)
Pirano è la “perla veneziana” del corto litorale sloveno. Il confine con l’Italia dista, via terra, venticinque chilometri, quello croato ancor meno, una dozzina solamente. In estate, non appena il sole si abbassa portando con sé le temperature, la piazza del paese si riempie di bambini che si rincorrono a piedi o in monopattino. Altri giocano a calcio, ma il pallone invece di infilarsi in una rete, rimbalza rumorosamente sulla porta del Palazzo del Comune. Sono ragazzini di famiglie provenienti da ogni parte dell’ex Jugoslavia, lo precisano con orgoglio gli affezionati clienti dell’osteria galleggiante ormeggiata sul porticciolo che dista pochi passi dalla piazza. Quando il sole scende definitivamente sotto l’orizzonte e i tavoli dell’osteria passano dal rosso del tramonto al giallo della luce artificiale, infatti, i turisti abbandonano il locale lasciando spazio ai frequentatori locali, già rodati da altre bevute sulla terra ferma. Un’osteria piena di abitanti del luogo con la lingua resa sciolta dalla malvasia locale. Quale occasione migliore per comprendere l’anima di un luogo?

A Pirano, poi, quasi tutti parlano l’italiano, per motivi turistici più che storici e il discorso finisce inevitabilmente lì, su confini e nazionalità.
“Pirano è una piccola Venezia, abbiamo persino l’acqua alta d’inverno – premette il più espansivo del gruppo – ogni edificio mostra quel passato. Mia nonna, che parlava dialetto veneziano, è nata austriaca, cresciuta italiana, poi jugoslava ed è morta slovena, ma non si è mai mossa da Pirano”. Chiedere come si definiscono è l’inevitabile domanda conseguente: “Batok!” esclama uno scoppiando a ridere “siamo bastardi locali”. Cercare la traduzione su un dizionario italiano-sloveno non aiuta per niente, anzi, meglio evitare, ma “bastardi locali” resta la migliore definizione per chiunque abiti questo mondo.
Capodistria
Capodistria, Koper in sloveno, è il porto marittimo di un paese di montagna. E’ il comune più popolato dei quattro in cui l’italiano è riconosciuto come lingua ufficiale. Gli altri sono Ancarano, Isola e la già citata Pirano, tutte città costiere.
Koper è oggi un piccolo gioiello, ma l’esperienza spinge verso un’altra osteria. Purtroppo non è l’orario giusto, i tavoli sono tutti occupati da turisti, i pochi autoctoni sono in fila per portarsi a casa un paio di bottiglie di malvasia. Non resta che ordinare qualcosa al volo, malauguratamente in inglese, provocando il risentimento dell’oste: “Sei italiano? Allora perché mi hai parlato inglese? Siamo in Istria, ti capisco”.
Chiedergli scusa passando alla lingua di Dante non sembra migliorargli l’umore. “No, non sono italiano, io mi riconosco in una sola repubblica: la Serenissima”.
Può sembrare una sparata provocatoria, ma basta guardarsi intorno per capire che non è esattamente così. Non solo perché il dialetto veneziano è ancora diffusissimo in tutto il litorale sloveno, ma anche perché ogni incontro conferma quanto sottolineato da Paolo Rumiz in un libro scritto ormai 30 anni fa (“Vento di terra” – Bee editore): “Da queste parti, la gente è refrattaria all’idea di nazione che le ha portato solo sventura. La terra è di coloro che la adottano, la abitano, la coltivano, la vivono”.
Le conferme sono numerose, anche se oggi la politica mal sopporta i “bastardi locali” e le zone di grigio, preferendo le nitide divisioni identitarie al confronto di visioni. Se si continuerà così, i censimenti finiranno per sostituire le elezioni, non serve nemmeno andare troppo lontano per trovare luoghi in cui voto e censimento etnico sono ormai sovrapponibili.
A proposito di censimenti, secondo quello “imperialregio austroungarico” dell’anno 1900, a Capodistria vivevano 7205 italiani, 391 sloveni, 167 croati e 67 tedeschi. Un secolo dopo, nel 2002, ultimo censimento “etnico” disponibile, i residenti appartenenti al gruppo etnico italiano erano ll’1,6% della popolazione totale. Ma in mezzo ci sono state due guerre mondiali.

La Val Canale
Dalla parte opposta del confine orientale, meno di duecento chilometri più a nord, dove il confine italo sloveno incontra quello austriaco, in Val Canale, la situazione è ribaltata. Qui, nel 1919 a seguito del Trattato di Saint-Germain, il 70% degli abitanti parlava tedesco, il 29% sloveno, mentre gli italofoni erano una manciata. A un secolo di distanza, circa il 6% degli abitanti parla sloveno e il 2% tedesco, il resto parla italiano o friulano. Molti “tedeschi” cominciarono ad abbandonare la Val Canale già nel 1919, gli altri subirono la repressione del regime fascista: cancellazione dell’identità tedesca (e slovena) esproprio di terre, divieto di utilizzo della lingua tedesca (e slovena). Anche in Val Canale arrivarono le “Opzioni”, complicate dalla presenza degli sloveni e dalla mancanza di attenzioni internazionali. Risultato? Su 5.603 “allogeni” 337 optarono per l’Italia il 6,01%, 4.576 per la Germania l’81,67%, mentre 690, il 12,31%, non si espresse. Per gli sloveni, la scelta risultò particolarmente complessa, si ritrovarono a dover decidere se trasferirsi nel Reich nazista o restare nell’Italia fascista. Entrambi i regimi non mostravano segni di grande benevolenza nei loro confronti. Poi arrivò la seconda guerra mondiale che cambiò nuovamente i confini, tornando a dividere famiglie e comunità. Sarà un caso che Ucraina derivi da una parola slava che significa “terra di confine”?
Purtroppo, i confini sono corridoi lastricati di morti, il risultato di guerre più o meno lunghe che rappresentano drammaticamente l’insuccesso della volontà di convivere.
Per l’Italia, quello orientale è stato il più problematico di tutti. E’ sufficiente un rapido elenco degli eventi che l’hanno contraddistinto nel Ventesimo secolo: il fronte della prima guerra mondiale, la repressione fascista della minoranza slovena, l’invasione della Jugoslavia del 1941, le foibe, la divisione di Trieste e quella di Gorizia, la guerra nell’ex Jugoslavia.
Gorizia (e Nova Gorica)
Un tratto del confine orientale può risultare più significativo di altri, quello che ha attraversato il cimitero di Merna, a due passi da Gorizia, a partire dal 1947. Lì, i cippi e i reticolati hanno diviso le tombe e persino i resti di un defunto. Ci vollero trent’anni per decidere di spostare la frontiera all’esterno del cimitero e di rispettare almeno i morti. Quel cimitero oggi ospita un piccolo museo in memoria di quella assurda divisione che fa parte degli itinerari di “G02025 borderless” il programma di eventi di Gorizia e Nova Gorica, capitali culturali europee per l’anno in corso.
Fulcro di “Go2025” è Piazza Transalpina (Trg Evrope), la piazza che sorge sul confine, proprio di fronte alla stazione ferroviaria di Nova Gorica, uno spazio che era attraversato da un muro largo mezzo metro ricoperto di filo spinato. Oggi è ridotto a un muretto facilmente scavalcabile che si allunga verso la frontiera stradale. A poca distanza dal valico, un gruppo di ragazzini sale su quel muretto che divide le due nazioni per camminarci sopra. Testano il proprio equilibrio come fanno i bambini di tutto il mondo, senza sapere di trasformarsi in inconsapevoli “testimonial” del manifesto programmatico di “Go2025”: “Abbiamo bisogno che alcuni sistemi siano pronti… a sparire per sempre! I sistemi ideologici del ventesimo secolo e i loro tristi retaggi a cui ci aggrappiamo ancora quando non abbiamo un futuro a cui guardare. Quello che vogliamo creare è un nuovo ecosistema culturale, un nuovo senso e una nuova cultura dell’essere una città a cavallo tra due paesi. Uno spazio culturale condiviso, davvero senza confini e multilingue, in cui tutti possano finalmente sentirsi a casa ed essere ascoltati”.
Un invito a superare confini mentali e fisici che è ribadito nell’attuale foto profilo social di “Go2025”. Ne è protagonista “Marco Cavallo”, una scultura di legno e cartapesta alta quattro metri, da mezzo secolo simbolo della lotta per la chiusura dei manicomi. L’opera è ospitata a Trieste, ma è a Gorizia che è iniziato il percorso di Franco Basaglia terminato con l’approvazione della legge 180 che ha abolito gli ospedali psichiatrici. Una parte del muro del manicomio di Gorizia segnava un tratto di confine tra Italia e Jugoslavia, simbolo emblematico dell’affinità tra manicomio e confine. Tutta l’opera di Franco Basaglia ha mostrato come i manicomi, attenendosi a priorità di ordine pubblico e controllo sociale, producessero malattia anziché cura, ma oggi è il caso di chiedersi se i confini, anch’essi creati per garantire sicurezza e controllo, non finiscano per riprodurre solo guerre e sofferenze.
Non casualmente, Basaglia arrivò a Gorizia per dirigere l’ospedale psichiatrico nel 1961, mentre si diffondeva a macchia d’olio la conoscenza di quel che era avvenuto nei lager nazisti. Immagini e considerazioni che non potevano non influenzare anche il punto di vista sui manicomi. A metà degli anni Sessanta, cominciarono quindi a diffondersi le prime proposte per riformarli radicalmente. E’ del 1966, “Manicomi come Lager” di Angelo Del Boca (Edizioni dell’Albero), un libro inchiesta che partiva dall’intervento dell’allora ministro della Sanità Luigi Mariotti a un convegno tenutosi a Milano il 20 settembre 1965: “Abbiamo oggi degli ospedali psichiatrici che somigliano a veri e propri lager germanici a delle vere e proprie bolge dantesche. Bisogna introdurre in questo mondo degli elementi che stabiliscano un rapporto nuovo tra malato e medico e tra società civile e individuo”.
Le affermazioni del ministro scatenarono furiose polemiche portando però all’attenzione dei media la situazione dei manicomi in Italia. Fu così che le idee di Basaglia cominciarono a diffondersi su un terreno fertile e nel 1971 lo psichiatra veneziano venne nominato direttore del manicomio di Trieste. A soli due anni di distanza, l’istituto venne riconosciuto dall’Organizzazione mondiale della sanità come “esperienza pilota nella ricerca psichiatrica” e nel 1978 venne approvata la legge 180.

Trieste
Il manicomio triestino era vicino anche geograficamente a un lager nazista, quello della Risiera di San Sabba, distante poco più di cinque chilometri. Era uno dei quattro campi di concentramento nazisti attivi in Italia tra l’autunno 1943 e l’aprile 1945, l’unico dotato di un forno crematorio. Gli altri tre erano a Fossoli, vicino Modena, a Bolzano, nei pressi del confine con l’Austria e a Borgo San Dalmazzo, nei pressi del confine con la Francia.
Attualmente è aperto tutti i giorni a ingresso libero. Nonostante la giornata feriale e il clima estivo, accoglie un folto numero di visitatori. La maggior parte è dotata di audioguida e sono pochissimi quelli che escono dallo stanzone in cui sono ospitate le celle senza esserne colpiti. Chi conosce i manicomi, e a Trieste non sono pochi, non può non notare anche la grande somiglianza con le stanze dei vecchi reparti psichiatrici. All’ingresso della Risiera, invece, sono collocate diverse targhe in ricordo delle vittime, due attraggono i visitatori più di altri: la lettera alla madre di un partigiano condannato a morte e quella, in italiano e in ebraico, voluta dalla Comunità ebraica triestina che riprende una frase della Bibbia: “Guardate, mirate se v’è dolore pari al dolor mio” (Geremia, Lamentazioni, 1 12). Nel leggerla molti sembrano pensare a quanto sta avvenendo in altre zone di confine, solo qualcuno lo mormora sottovoce.
Usciti dalla Risiera si tira inevitabilmente il fiato, anche se di aria ne tira pochina, alla faccia della bora e dei luoghi comuni. Per sfuggire al lungomare soffocato dalle auto, non c’è nulla di meglio di un osmiza, tipica osteria dei dintorni, dove il vino viene consumato direttamente nelle cantine dei produttori. “Osmiza” deriva dalla parola slovena “osmica”, ovvero ottavina, termine che indicava gli otto giorni di apertura consentiti dalle autorità austroungariche. Dai “bastardi locali” ai “locali bastardi”. Sarà banale, ma quel contesto e il mare visto dall’alto mostrano un mondo lontanissimo dalle frontiere e dai suoi controlli. Tanto da spingere a cercare sul dizionario online il contrario di confine. Purtroppo non esiste, si trovano solo sinonimi: limite, sbarramento…
E se fosse “orizzonte”?
Massimiliano Boschi