moresnet

Lo hanno ribattezzato ”Dreiländereck”, è l’angolo in cui si incrociano i confini belga, olandese e tedesco. Per raggiungerlo ho dovuto camminare per sette chilometri, “arrampicarmi” sul Valseerberg, (la montagna più alta d’Olanda – 321 metri…) e, soprattutto, attraversare un territorio “mitico”, il Moresnet: “Il triangolo delle bermuda giuridico”, “il meraviglioso errore della storia” descritto magnificamente da Philip Dröge nel suo “Terra di Nessuno” (Keller editore). Un territorio piccolissimo, ma letteralmente “sconfinato”, che ricorda arbitrarietà, e irrazionalità delle frontiere.

Il Moresnet

Il Moresnet “sconfinato” nacque grazie all’articolo 7 del trattato firmato a Aix La Chapelle (Aachen) il 26 giugno 1816. Le diplomazie prussiana e dei Paesi Bassi dovevano ridisegnare dettagliatamente i confini a seguito delle guerre napoleoniche e del Congresso di Vienna, ma non trovarono un accordo sulla miniera di calamina del Moresnet, da cui si ricavava ottone e soprattutto del pregiatissimo zinco e avevano, quindi, deciso di amministrarne i proventi in comune, evitando di tracciare un confine definitivo. Fu così che nacque un triangolo di 3,4 kmq che per un secolo fece impazzire cartografi e forze dell’ordine olandesi, belghe, e prussiane. Come sottolineato da Philip Dröge: “A chi disegna le frontiere a matita o acquerello su mappe di carta o di pergamena, non interessa cosa vogliono gli abitanti degli edifici che sono divisi di qua o di là. Le frontiere sono solo un paio di tratti di penna tracciati col righello da alcuni signori nelle loro comode poltrone nelle sale delle riunioni di Vienna o Aquisgrana. Ma sul posto creano problemi enormi e persino le azioni più semplici, e l’amore, si trasformano in questioni internazionali”.
Come si spiega dettagliatamente nel libro, gli abitanti del Moresnet e della sua città principale, Kelmis, si trovarono ad affrontare una serie di problematiche di difficilissima soluzione, quasi tutte originate da una fatidica domanda: di che nazionalità siamo? Perché leggi in vigore e ordinamento giuridico dipendevano da quella risposta che rimase inevasa per un secolo. I cittadini di Kelmis si ritrovarono a non sapere come sposarsi, ma anche privi di un’imposizione fiscale. In pochi anni, Kelmis si ritrovò ad essere un paradiso per scapoli, contrabbandieri e disertori, trasformando il Moresnet in una sorta di “far west”, ma senza sceriffi di sorta e con il pane meno costoso dell’intera regione.
L’indipendenza del Belgio dai Paesi Bassi (1831) complicò ulteriormente le cose e il Moresnet si rassegnò ad essere un territorio “fantasma”, ma piuttosto divertente, inebriato da fiumi d’alcool (che scorrevano tra le numerose case da gioco e/o di tolleranza). I “vicini”, sia a est che a ovest, gradivano pochissimo quel “porto franco”, ma i governi che si susseguirono non furono in grado di trovare un accordo sullo sfruttamento della miniera per cui, il Moresnet continuò a essere un “paradiso” per alcuni e un “inferno” per altri. Le lunghe trattative per riportare quel territorio in confini prestabiliti, che ovviamente mai presero in considerazione il parere degli abitanti, si intensificarono nei primi anni del Novecento allo scopo di contrastare le prime forme di amministrazione autonoma che inevitabilmente andavano nascendo. Il sentimento generale dei residenti venne sintetizzato da un popolarissimo slogan “Neutrali sempre, belgi forse, tedeschi mai“. Mentre, grazie al contesto multiculturale, qualcuno finì per proporre il Moresnet come capitale dell’esperanto, l’avevano anche ribattezzato con il nome di Amikejo (luogo d’amicizia).
Le tensioni della prima guerra mondiale smorzarono, però, ogni ambizione e incominciò un tragico ping pong. Allo scoppio del conflitto, il Moresnet venne invaso dall’esercito prussiano e annesso all’Impero Germanico, alla fine divenne territorio belga. Allo scoppio della seconda, a invadere il territorio arrivarono le truppe del Reich, ma al termine il territorio tornò ad essere belga. Questa volta i confini vennero tracciati con precisione (sempre senza consultare nessuno) ma, a seguito del trattato di Schengen, sono diventati pressoché insignificanti.

Il parco giochi

La passeggiata lungo i sette chilometri che separano Kelmis (in Belgio) dal Dreiländereck, lo confermano. Osservo attentamente ogni strada e ogni casa per comprendere al meglio dove mi trovo e raramente mi sono sentito così tanto europeo. Le bandiere che sventolano sono quasi esclusivamente piantate sopra a monumenti dedicati ai caduti in guerra, mentre tutto quello che scorgo è fin troppo pacifico. Colline, boschi e strade sono percorsi da poche auto e molti ciclisti che provengono da Olanda, Belgio e Germania: la “terra di nessuno” ora è la terra di tutti.
Giunto ai piedi del Vaalserberg non mi resta che salire lungo i tornanti che portano al punto in cui si incrociano i tre confini. Giunto in cima, poco prima delle torri panoramiche, dei labirinti, dei parchi giochi e dei negozi di souvenir che caratterizzano il Dreiländereck, mi soffermo davanti a cartelli che celebrano ancora oggi la storia del Moresnet. Anche io mi metto in coda per le foto di rito al cippo confinario che riunisce i territori di Belgio, Germania e Olanda. I bambini corrono e saltano attorno alle bandiere dei vari paesi e alla pietra di confine che unisce, e non divide, gli abitanti di Belgio, Olanda e Germania. A fianco c’è l’ingresso del parco giochi che celebra nel miglior modo possibile la scomparsa delle frontiere nell’Unione Europea.

Massimiliano Boschi