Le contraddizioni di una città che non vuole trasformarsi in un parco a tema
Il 12 settembre 2023, il Consiglio Comunale di Venezia ha approvato “un nuovo testo regolamentare relativo al Contributo di Accesso con qualsiasi vettore, alla Città Antica del Comune di Venezia e alle altre isole minori della laguna”. Il nuovo testo stabilisce che, dalla primavera del 2024, i turisti che vorranno visitare Venezia senza pernottamento dovranno pagare un biglietto di ingresso per le giornate in cui si prevede una grande affluenza in città. La Giunta comunale guidata dal sindaco Luigi Brugnaro ha quindi deciso di far diventare Venezia la prima città al mondo “a pagamento”. Costi, modalità ed efficacia del provvedimento verranno testati col passare dei mesi, ma, nel frattempo, si può valutare il preoccupante effetto simbolico del provvedimento: la trasformazione di Venezia in un parco a tema. Una decisione che appare come la resa di una città stravolta e ribaltata nella sua essenza.
Da tempo, la città dei mercanti si è trasformata in città dei bottegai. Chi attirava acquirenti da tutta Europa presentando le merci più preziose dell’Oriente, si è ridotto a offrire souvenir di dubbio gusto e folcloristici intrattenimenti su quelle che Marinetti definiva “poltrone a dondolo per cretini”: le gondole. E questo non cambierà con il biglietto di ingresso.
Purtroppo, Venezia sembra oggi la protagonista di un viaggio omerico in retromarcia, da città “Odissea” esploratrice del Mediterraneo a città “Iliade” stretta d’assedio da chi vorrebbe riprendersi la bellezza perduta. Un luogo che sembra aver perduto entrambe le sue anime quelle emblematicamente collocate sulle colonne che segnano l’ingresso dal mare all’unica piazza della città. Da un lato San Marco, il leone volante che guarda a Oriente e dall’altro San Tòdaro che sorveglia l’Occidente mentre uccide il drago proveniente dalla terraferma,
Il leone di San Marco risulta sempre più simile ai piccioni che si affollano ai suoi piedi, esseri con le ali appesantite dal troppo cibo offerto dai turisti, mentre San Todaro, ormai tristemente rassegnato alla sconfitta, si è consegnato alle grinfie del drago. Eppure…
Eppure, se smettessimo di guardare Venezia da lontano e con lenti oscurate dai luoghi comuni, scopriremmo una città viva come pochissime altre. Una città che resiste all’assalto di un mondo che affonda molto più rapidamente di lei, che discute e si organizza per mantenersi in vita, che vive di relazioni e incontri mentre accoglie moltitudini in pausa dall’orrenda vita periferica a cui sono costrette. Milioni di persone che sbarcano a Venezia provenienti da quella che Marco Paolini definisce “la terra, delle villette e dei capannoni. Un’unica città senza più centro che va da Mestre alle rive dell’Indo”. Luoghi in cui centri commerciali e centri storici si imitano reciprocamente, ma in cui è l’immaginario dei primi a dominare quello dei secondi. Eppure, usassimo le lenti giuste ci accorgeremmo che per tutti noi che viviamo in terraferma, Venezia è una speranza, non solo per la sua inimitabile bellezza. Perché galleggia sull’acqua nell’epoca della società liquida, policentrica in un mondo policentrico. Ha una sola piazza, meta prediletta del magma turistico, ma ospita 102 campi e 134 campielli, che, come insegna Tiziano Scarpa, sono luoghi di “ciacole” e “cicheti”, spazi di incontro e dialogo che lungo le calli non risultano possibili. Sono campi e campielli a rendere Venezia una città di parola, dove tutto si sente e si origlia, dove tutto si sa e si deve sapere. Perché Venezia costringe alla conoscenza, non puoi accomodarti su un’auto e delegarle il viaggio. Devi guardare dove metti i piedi, devi conoscere le maree, i venti, le molte regole che valgono solo lì e le decine di strade che ti portano nello stesso posto in maniere sempre diverse. Eppure…
Eppure i veneziani sono sempre meno, in fuga dall’esorbitante costo degli affitti residenziali. Per limitarlo è nato il progetto “Alta Tensione Abitativa (Ata) che considera il diritto alla casa la prima vittima della pressione turistica e sta tentando di ridisegnare la relazione tra economia turistica e residenzialità. Come spiega Maria Fiano di Ata: “Alla luce del dibattito che si è aperto in città, si è cercato di elaborare un quadro normativo per gestire la situazione. Crediamo che quello legislativo sia l’unico approccio utile ad affrontare il problema e provare a risolvere quella che è già da tempo una chiara e grave emergenza abitativa. Per questo, abbiamo sviluppato una serie di iniziative e proposte cercando adesioni istituzionali, civiche e sindacali anche fuori da Venezia per confrontarci su un testo che è stato via via modificato”.
Da questi incontri che si sono allargati all’intero territorio nazionale e che si sono incrociati con altri in corso in altri paesi europei, è nata una proposta di legge che, innanzitutto, intende limitare il numero degli immobili dati in locazione breve per contenere le ricadute negative sul mercato delle locazioni residenziali di lungo periodo.
“A settembre scorso – prosegue Maria Fiano – Il numero dei posti letto nel centro di Venezia ha superato il numero dei residenti e la fuga dei veneziani sulla terra ferma continua a crescere. Credo che l’eccessiva pressione turistica non giovi a nessuno, nemmeno ai turisti che faticano ad ammirare le bellezze di Venezia in una città stracolma”.Il progetto “Alta Tensione Abitativa” è nato a seguito della proiezione speciale di un film: “Welcome Venice” di Andrea Segre (cfr FF 37/2021) ed è proseguito attraverso incontri in vari luoghi della città, soprattutto nelle librerie, luoghi che i veneziani “abitano” come pochi altri, anche quando non sono arredate da pile di libri resi illeggibili dall’acqua e dai gattini addormentati che tanto piacciono ai turisti.
Anna Toscano e Gianni Montieri, per esempio, sono tra gli animatori più assidui delle librerie veneziane. Di recente hanno pubblicato “111 luoghi di Venezia che devi proprio scoprire” (Emons edizioni) e non sembrano essersi rassegnati alla resa: ““Venezia non si può chiudere, l’idea di città aperta non è cancellata, ma solo dimenticata. Resta un luogo di incontri, attraversamenti e culture mescolate, l’anima di Venezia è ancora quella e lo sarà sempre. I veneziani continuano a rimboccarsi le maniche, a spalare l’acqua fuori dalle case quando serve e a cantare o ballare anche con l’acqua alle ginocchia, non sono morti e non sono vecchi decrepiti. Sono persone vive che maledicono l’umidità e benedicono quella luce improvvisa che piomba su una riva”.
La Venezia che resiste
Da “ff 45 – 09. November 2023”