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Una tranquilla cittadina tra Austria e Germania che…

Braunau am Inn, cittadina austriaca dell’Oberösterreich, ha visto nascere Adolf Hilter e morire centinaia di trentini, ma tutti, ovviamente, la ricordano solo per il primo motivo. Sempre che lo ricordino, perché la maggior parte dei turisti arriva a Braunau in sella a una bici e spesso si ferma solo per una sosta in uno dei numerosi bar dell’ampia piazza del paese o per valicare il lungo ponte sull’Inn che termina a Simbach, in Germania.
Il Soldatenfriedhof Braunau-Haselbach, che ospita le tombe dei profughi e dei prigionieri di guerra non solo trentini, è, invece, ospitato a un paio di chilometri dal centro città. Devastato dalle alluvioni del 2007 e del 2008, il piccolo cimitero è oggi diviso a metà: una parte è una sorta di memoriale con poche lapidi che ricordano le vittime ebraiche, ortodosse e islamiche della prima guerra mondiale e le vittime sovietiche della seconda, mentre l’altra ospita centinaia di basse croci in pietra. Sono tutte senza nome, tutte contraddistinte dai colori della bandiera italiana e ricordano le vittime trentine del campo profughi allestito all’inizio della prima guerra mondiale. Centoventi baracche in grado di ospitare fino a quindicimila tra profughi provenienti dal Tirolo storico e prigionieri di guerra, un lager in cui morirono 728 profughi trentini, 380 donne e 348 uomini.

Il cimitero dei profughi trentini di Braunau

A quel campo, Mario Eichta ha dedicato il libro “Braunau 1915-1918” edito da Persico Edizioni nel 1997, un volume che aiuta a comprendere al meglio il contesto e le condizioni dei profughi trentini nel campo. “Durante la sosta a Bolzano – si legge – vi furono anche scene strazianti che contribuirono ad aumentare il clima di disperazione e di rabbia. I soldati austro-ungarici attraversarono bruscamente i vagoni del treno e portarono via anche ragazzi quattordicenni e uomini, a suo tempo esonerati – o perché anziani o perché dichiarati inabili – che ora sarebbero serviti quali operai militarizzati destinati anche ai lavori di difesa del fronte”.
Di seguito, invece, la testimonianza di Antonietta Giongo ex internata del campo: “La partenza dal paese fu molto brutta perché vennero i gendarmi con la baionetta a farci uscire dalla casa. La vita nelle baracche era brutta e molto difficile. Si mangiava poco e male, in una baracca si dormiva in 88 persone, alla mattina si trovavano i ghiaccioli sul letto”. Il libro di Eichta raccoglie numerose altre testimonianze che sottolineano le pessime condizioni di reclusione, confermate dall’alta mortalità registrata nel lager.
A oltre un secolo di distanza, per fortuna tutto è cambiato. Una giovane madre passeggia tra le lapidi del memoriale dondolando il suo bambino per farlo addormentare, mentre un giardiniere toglie le erbacce a fianco delle lapidi. Per onorare le vittime trentine del campo, nel 1997 l’Amministrazione comunale di Braunau ha inaugurato la Trentinerplatz, la piazza in cui termina la lunga Südtiroler Strasse che corre parallela all’Inn.
La gestione della casa natale di Adolf Hitler, invece, si è mostrata molto più complicata.

La lapide collocata davanti alla casa natale di Adolf Hitler

La casa natale di Adolf Hitler

All’ingresso del centro storico di Braunau am Inn, un lungo striscione promuove la messa in scena di una farsa di George Tabori al Bauhoftheater. Si intitola “Mein Kampf“ e, almeno all’apparenza, è uno degli eventi più “site specific” che si possano immaginare. Braunau, però, non è Predappio, anzi, si potrebbe dire che è il suo contrario. A tedeschi e austriaci, infatti, sembra assurdo permettere la celebrazione di dittatori fanatici che hanno causato milioni di vittime. Detto più chiaramente, i gadget “mussoliniani” che impazzano nella città natale del Duce, sono impensabili in versione “tedesca”. Non casualmente, la segnalazione della casa di Hitler appare solo in un pannello a pochi passi dalla Stadttorturm che separa la piazza principale dalla strada in cui sorge la Geburtshaus Adolf Hitlers. A pochi passi dall’ingresso della casa è stata, inoltre, collocata una Gedenkstein für die Opfer des Nationalsozialismus realizzata sul granito proveniente dal lager di Mauthausen. E’ sovrastata dalla scritta: “Für Frieden Freiheit und Demokratie – Nie wieder Faschismus – Millionen Tote mahnen“.
Come si diceva, la gestione della “casa di Hitler” non è mai stata semplice e ha scatenato lunghe discussioni per evitare il rischio di celebrazioni indecenti. Dopo essere stato utilizzato come biblioteca e aver ospitato una associazione per l’assistenza ai disabili, l’edificio è attualmente in fase di ristrutturazione in attesa di diventare la sede della centrale di polizia. Questo dovrebbe limitare drasticamente i problemi riguardo a eventuali manifestazioni non autorizzate nei pressi della casa.
Problemi che nascono quando un luogo diventa un simbolo, anche se Adolf Hitler ha vissuto a Braunau solo fino ai nove anni di età. Nel 1898, infatti, si trasferì con la famiglia a Leonding, villaggio nei pressi di Linz. Come sottolineato da Ian Kershaw nella sua monumentale biografia su Hitler, il Führer considerò Leonding e non Braunau come la sua città in “ricordo dei giorni lieti e spensierati della giovinezza”. Considerava Leonding “il centro più germanico dell’impero austriaco” e lo legava agli anni più spensierati passati con la madre a cui era molto affezionato. Al contrario, gli anni passati a Braunau furono tutt’altro che lieti. La famiglia Hitler, che ai tempi si chiamava Schicklgruber, vi si era trasferita solo nel 1871, quando Alois, padre di Adolf, era stato assunto come ufficiale di dogana. Alois Schicklgruber ottenne, infatti, di poter cambiare il cognome in Hitler solo nel 1876, quando era ancora sposato con la sua prima moglie, Anna Glasserl, da cui si separò nel 1880. La sua seconda moglie Franziska Matzelberger, morì nel 1884 a soli ventitré anni, dopo aver dato alla luce Alois (jr) e Angela. Proprio in occasione della malattia della moglie, Alois chiamò ad aiutarlo nella gestione dei figli la giovane Klara Plözl, sua seconda cugina e sua futura terza moglie. Quando Fanni morì, Klara era già incinta di un figlio di Alois. I primi due figli della coppia, Gustav e Ida, morirono di difterite, il terzo, Otto, pochi giorni dopo la nascita. Nella tarda estate del 1888 Klara era, però, di nuovo incinta e alle 18.30 del 20 aprile 1889, nella sua casa di Braunau, Klara diede alla luce il suo quarto figlio, il primo a sopravvivere all’infanzia: lo chiamarono Adolf.

Da “FF 32 – 08. August 2024”