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Andrea Camilleri era nato il 6 settembre del 1925. Celebriamo i suoi cent’anni con un’intervista rilasciata nel 2005 per il quadrimestrale “Altrove”.

Andrea Camilleri è il creatore del fenomeno letterario del decennio “il commissario Montalbano”, il personaggio che lo ha reso lo scrittore più amato e invidiato del paese, soprattutto per un motivo: perché i suoi libri sono divertenti. Molti critici non glielo riescono proprio a perdonare. Ma come si crea un personaggio come Montalbano? Come si racconta una storia di successo? Movente e scelta dell’ambientazione sono note. Camilleri ce li ha descritti nella postfazione e nella prefazione del suo primo romanzo: “Il corso delle cose”, scritto nel 1968, pubblicato dieci anni dopo e distribuito a livello nazionale solo nel 1998.
«Dopo tanti anni passati come regista di teatro, televisione, radio a contare storie d’altri con parole d’altri, mi venne irresistibile gana di contare una storia mia con parole mie» (postfazione). «L’autore, avendo immaginato una storia di fantasia, non ha saputo fare altro calarla para para nelle case e nelle strade che conosce, pure sapendo di poter incappare in qualche sventurata coincidenza».(prefazione)
I dettagli glieli abbiamo chiesti direttamente.

Camilleri, come arriva a scegliere quale storia raccontare?
«Ognuno di noi lo fa in modo diverso e personale. Io parto da due o tre idee che mi vengono in mente, evito di appuntarmele per iscritto ma le fisso mentalmente, le lascio nella mia memoria ma ci torno su, pensando e rielaborando, arricchendo e modificando. Solitamente tra questi due o tre temi, uno prende la rincorsa sugli altri e si fa scegliere da me. A quel punto scarto gli altri e mi metto a lavorare su quello».

E’ così da 37 anni, dai tempi de “Il corso delle cose”?
«Beh, ovviamente a scrivere ci si fa la mano. Una volta mi era molto più difficile trovare le migliori soluzioni per ciò che volevo dire, per rendere al meglio quello che avevo in mente. Ora, il problema è non farlo diventare troppo facile, in questo senso l’uso del computer è un rischio».

E’ uno strumento troppo comodo?
«No, troppo veloce. Quando utilizzavo la macchina da scrivere se sbagliavo dovevo buttare il foglio e ricominciare. Il computer invece ti permette di cancellare tutto in un attimo. La macchina da scrivere mi costringeva a riflettere, scrivere al computer, invece, è come guidare una macchina troppo veloce. Facilmente prende la mano. Per questo ora ho il problema di ricrearmi i tempi della riflessione. Quando facevo teatro ero costretto a correre ma oggi che me lo posso permettere, cerco di riflettere con calma, preferisco la lentezza».

Come rientra in tutto questo l’uso del siciliano. Le parole dialettali vengono fuori spontaneamente o le utilizza in maniera più razionale?
«Io mi metto a scrivere, più spesso in italiano, poi aspetto l’illuminazione per tradurle in siciliano e renderle più espressive».

In effetti, lei ricorre al dialetto proprio per aggiungere maggiore espressività al testo e l’effetto funziona con tutti i lettori, non solo con i siciliani. Come ci riesce?
«E’ una cosa a cui tengo molto. Ho fatto molto teatro e ho prodotto le commedie televisive di Eduardo De Filippo. Per renderle più comprensibili, Eduardo cambiava alcune parole in napoletano stretto con altre con un suono più vicino all’italiano. Questa tecnica mi è rimasta dentro da allora anche se a quei tempi non mi immaginavo scrittore. Quando ho iniziato a scrivere l’ho riutilizzata. Solitamente faccio sette o otto revisioni del testo da solo o aiutandomi con alcuni superstiti amici siciliani a cui chiedo sinonimi che ho dimenticato. Poi rileggo a voce alta per rendermi conto del ritmo della scrittura. Quando ho terminato il romanzo lo leggo a mia moglie che non è siciliana. Le chiedo osservazioni e cerco di comprendere il di comprensione del testo. Se le difficoltà di comprensione sono eccessive modifico. A volte, comunque, prediligo l’espressività a favore della facilità di comprensione».

Che tipo di dialetto ha utilizzato?
«Un dialetto non parlato. Ho attinto al dialetto piccolo borghese, che non è dialetto siciliano e a Pirandello che ha la parlata di Girgenti che è diversa dal catanese, ma ho immesso anche parole di quest’ultimo. Poi utilizzo parole della parlata contadina così finisce che anche molti miei amici mi chiedano “ma che dialetto usi?”
Per esempio io utilizzo spesso la parola “cataminarsi” (dimenarsi) una parola contadina che oggi non si usa più. Il mio è un ibrido che provoca una strana sensazione di antico».

Che farà impazzire i traduttori..
«Mi verrebbe da dire “problemi loro”. Ci sono traduttori molto attenti e seri che mi mandano fax chilometrici con ipotesi di traduzioni altri ci perdono meno tempo. Non esiste una metodologia unica».

Lei che ammette di aver appreso molto dall’aver lavorato in televisione, pensa che anche la televisione di oggi produrrà degli scrittori?
«La televisione di oggi non è certo costruita per produrre dei romanzieri, al contrario, sta operando una regressione culturale pericolosa. La televisione è sempre stata una fabbrica del consenso ma ora è diventata una “fabbrica del credere”, che è un’altra cosa. Crea fedi di comodo, più difficili da estirpare».

Difficile darle torto, meglio passare ad altro. Le descrizioni dei pasti di Montalbano sono memorabili. Molti si ritrovano con l’acquolina in bocca senza nemmeno aver compreso gli ingredienti del piatto, scritti in dialetto siciliano.
«Esistono ottimi libri di cucina siciliana che mi aiutano. Piatti che richiedevano una preparazione lunghissima. Per fare degli arancini buoni servono due giorni. Nei libri mi sono rifatto spesso alle ricette di mia nonna ma nei prossimi ne troverete meno. Non che abbia esaurito il materiale ma il medico mi ha proibito di tutto e certe ricette, solo a scriverle mi fanno salire il colesterolo…».

Le recensioni, invece, cosa le fanno salire?
«Mah! Ormai sono abituato alle critiche, ho fatto trent’anni di teatro e sulle mie regie ho sentito di tutto. Ma il critico teatrale stava due ore in sala a vedere lo spettacolo, lo vedevo. . Il critico letterario che mi garantisce che abbia letto tutto il mio romanzo. Quando leggo certe recensioni mi cascano le braccia perché si capisce che hanno letto solo alcune pagine del libro. Io evito di rispondere, la cosa migliore è il silenzio. Poi non vengono perdonate alcune scelte. L’ultimo mio libro “Privo di titolo”, si occupa del ventennio fascista, è andato in testa alle classifiche ma praticamente non ha avuto recensioni sulla stampa. Anche le favole sul “Cavaliere” pubblicate da Micromega e poi dal “Corriere della sera” hanno avuto il loro effetto negativo. Ma io non mi pento, ne scriverei delle altre».

Intervista di Massimiliano Boschi pubblicato sulla rivista “Altrove” (Bacchilega editore) giugno-settembre 2005